Il Cirque du Suleil a Catania

Non si possono fare foto al Cirque du Soleil; che sia macchina digitale, cellulare, polaroid, lomo. Quello che puoi riuscire a catturare è solo prima dell’inizio, durante l’intervallo e alla fine quando gli artisti si riversano sul palco e si inchinano. Proprio quando mi sono alzata commossa senza neanche ricordarmi della mia fermatempo in borsa e ho cominciato a spaccarmi le mani guardandoli in volto e sorridendo a questi donatori di fantasia e poesia.

Ho avuto l’immenso piacere di poterli avere a una distanza davvero ravvicinata essendo in prima fila e di poter ricevere un saluto speciale e un sorriso attraverso la maschera. Il Cirque du Soleil è una musica di Miyazaki. Come se ci fosse Sakura, Pure White, Mad, Feels e Dolls mischiati in un frullatore con dentro tutte le poesie da quando l’universo c’è. Ho ancora una sensazione fortissima di dolore alle mani tanto ho applaudito. Ho quasi sentito l’esigenza di urlare Bravi. Bravissimi. Grazie. Ho fatto fatica a fermarmi quando i tre scalini che mi separavano dalle corde e dagli elastici dove si vola in alto volevo percorrerli. Salire lì e abbracciarli uno ad uno.

La tenda, il ricordo e il circo chi mi conosce anche poco sa quanto siano punti nevralgici delle mie visioni. Non c’è stata maschera o clown di cui ho avuto paura. Non c’è stata noia neanche con il bravissimo Mimo che generalmente mi perplime nei suoi silenzi e rumori esasperati.

Il mantello bianco e nero della mia maschera preferita che nasconde pantaloni attillati come fuoco che brucia nei movimenti mi ha ricordato Travolta in uno dei film che ho amato di più. Quando ballava tra il fuoco dell’inferno e la redenzione era vicina. Quando il rosso attraversava il nero per diventare purezza e bianco. Il Cirque du Soleil è stata lirica, poesia, colore e visione. Un giro di piano e violino da far girare la testa mentre il corpo si contorce; e ce ne sono tanti di corpi. Secchi e lunghi. Bassi e grossi. Larghi più che lunghi e viceversa. Piccolezze fragili con il volto da bambini e omoni muscolosi. Il re obeso su un trono colorato e un racconta storie con una coda lunga per avvolgere, arrotolare e srotolare racconti. Un cantastorie infinito questo Cirque du Soleil. Anche quando c’è tanto verde e non si vede.

Il tamburo a ritmo di una danza spagnola con un volto orientale che tira una fune e un omone alto e nero che governa l’equilibrio di tutti. Parità di colore senza paura e un mondo che si attorciglia.
E’ stata l’esperienza visiva più importante di tutta la mia vita. Il circo è stato sempre parte di me e pur forzandomi di non vedere le gabbie ho sempre voluto stare lì a guardare gli animali che non avrei potuto mai vedere a meno che mi fossi trasferita nella savana. Qui di animali ce ne sono. E sono come me. Animali umani in tute zebrate e a pois. Con strisce. Cappelli e piume. Non c’è bisogno di scomodare chi deve stare a casa sua a zompettare e afferrare prede. Ognuno di noi ha una cosa, delle piume e un ruggito.

Mi sono innamorata singolarmente di ognuno di loro. Non mi sono preoccupata neanche di fermare il tempo a spettacolo finito. Perché non avrò nessuna foto di lui e lei ma nel cuore e negli occhi sì. Ed è stato quando non mi sono vergognata e senza riflettere.

Mi sono alzata. Ho applaudito. E ho detto. Grazie.

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Piazza Armerina e il Ratto di Persefone

Chiaramente quella che fa brutte figure sono sempre io. Lui arriva bello fresco con il suo accento torinese e chiede lumi circa le friandine nei Dolciumi Zingale, locale rinomato per biscotti e leccornie in quel di Piazza Armerina. A me non rimane che chinare il capo e far comparire il lacrimone manga giapponese alla sinistra in alto della mia testa vuota e via verso magiche avventure. E’ stato un week end lunghetto rispetto agli ultimi e altri arriveranno (sì sono in ritardo pure con la catalogazione dei ricordi. E’ snervante), il che mi fa desumere che non posso che esserne felice. Nonostante i post siano programmati sino a natale 2098 (infatti sto sfornando già le colombe per rimpinguare l’archivio pasquale del 2099) ho una qual certa difficoltà a gestire tutto in movimento. Contando che questo 2012 e 2013 saranno all’insegna dei viaggi, tocca abituarsi, fare un sospiro e cominciare con lo yoga (almeno quello dello wii. Oh sono una campionessa nel saluto al sole).

I muratori andranno via a Ottobre se tutto va bene ed io. Ed io sono disperata, manco a dirlo.

Insomma sarà che l’algido nordico ama leggiucchiare le guide riguardanti le osterie e le tre tazzine e stellette o sarà semplicemente che ha più tempo di me (è sempre la seconda) ma grazie a questo tour velocissimo all’interno dei Dolciumi Zingale ho scoperto in primis che il biscotto Totò (così lo chiamiamo a Catania) altro non è che il biscotto Taitù; Taitù cioè Sole era la Regina (1849-1918) che fu imperatrice etiope moglie dell’imperatore Menelik.

Mentre lui annuisce e la gentilissima Signora ridacchiando sostiene “Tutti in Sicilia lo chiamano Totò ma il nome corretto è Taitù” mi riprometto di saperne di più anche perché questo dolcetto oltre a piacere moltissimo al mio papetto è da un po’ nella mia personalissima To Do List. Il mio papà tra l’altro oggi compare sul Giornale La Sicilia; roba fantascientifica insomma.

Abbiamo fatto un salto a Piazza Armerina, oltre che per collezionare l’ennesima mia foto in controluce che appassiona non poco il Nippotorinese, per gustare un po’ i lavori in corso nella Villa del Casale; la Villa del Casale è una villa tardo romana i cui resti sono situati nell’immediata periferia di Piazza Armerina, comune dove si possono trovare meravigliosi vialetti con siepi degne di nota. E’ come se Edward Mani di Forbice fosse passato di lì. Devo assolutamente portarci Bestiabiondaferrarese al secolo conosciuta come Pezzo di Stella ventiquattro.

 La paesaggistica è davvero interessante e non pare neanche appartenere alla Sicilia tanto sono verdi e rigogliosi. Sarà pure che questo è senza ombra di dubbio alcuno un giugno particolarmente freddo. Certo non bisogna fidarsi di una sicula pallida con il giubbotto mentre tutti gli altri sono in costume e cappello di paglia, ma è anche vero che ad agosto per non beccarmi i raggi UVA sono quella con i collant. Seppur otto denari, sempre collant sono. La memoria volge a quella diapositiva che mi ritrae al Cous Cous Festival quando tutti boccheggiavano ed io allegramente zompettavo tutta bardata di nero con relativi collant (mi guardano tutti machiseneimporta? Preferisco essere ricordata ” come quella pazza tutta coperta” piuttosto che ” quella tutta scollata volgare”, tiè).

La Villa è famosissima e patrimonio dell’UNESCO dal 1997. Ricca di mosaici e totalmente in ristrutturazione (molti percorsi sono ancora inagibili. Ettepareva). Un ingresso monumentale e il corpo centrale della villa organizzato intorno ad una corte a peristilio quadrangolare dotata di giardino con vasca al centro (davvero meravigliosa nonché la mia preferita; non che sia una nota importante ma tant’è). Moltissimi animaletti e laterali adornati da decorazioni cubiste manco fossero contemporanee. Perché stupisce proprio quella trama così moderna in alcuni scorci.

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La Fabbrica Finocchiaro ( Giarre )

Lo scorso anno tra i Bar Storici d’Italia veniva segnalata la Fabbrica Finocchiaro, confetteria con specialità al cioccolato in quel di Giarre. Allora io e il Nippotorinese, era la stagione estiva, ci catapultammo come saette per sondare un po’ il terreno. Ristrutturazione e saracinesca abbassata. Mogi mogi saremmo ritornati. Poi complice un giretto di perlustrazione in quel di Monterosso, Fleri e Sarro che sono proprio alle pendici dell’Etna e si respira un po’ di aria sana nel verde che è sempre cosa buona e giusta siamo arrivati in Corso Italia a Giarre e senza alcuna premeditazione ci siamo trovati davanti la Fabbrica Finocchiaro.

Saracinesca chiusa e abbassata. Disdetta. Fortuna però vuole che il Nippotorinese sia un tipetto curioso e mentre spiaccicava il nasino sulla vetrina per vedere orari o eventuali creature all’interno un simpatico signore ci ha invitato ad attendere ben tre secondi perché l’apertura era imminente. Eravamo già preparati a qualcosa di speciale ma non così tanto. Al soffitto vi è una cornice dal sapore barocco appesa quasi come fosse una plafoniera sospesa e diventa elemento d’arredo interessante. A farle compagnia poi vi è una modernità di illuminazione che contrasta con il cigolio delle sedie di legno; come quelle che aveva la mia nonnina che non c’è più. Di legno con i fiori intarsiati sulla seduta e il poggiaspalle tondeggiante scoperto che ti viene un mal di schiena epocale dopo tre minuti. Quando mi sono seduta per bere dell’ottimo caffè Illy e ho sentito quel rumore ho capito cosa significasse avere un luogo, un bar, un ritrovo personale dove potersi sentire a casa seppur in territorio straniero. Mi sono detta che semmai non avessi saputo finire le storie in casa, sul terrazzo, sulla pedana, sul divano, sul letto, nella cabina armadio sarei andata lì. Bevendo caffè e mangiucchiando pastiglie Leone sentendo quel cigolio di casa che rievoca ricordi.


Sa ancor più di casa la Fabbrica Finocchiaro perché c’è molto di Torino. Scatole di latta di Baratti e Milano con dentro biscotti e caramelle, cioccolato e scorze. Enormi contenitori di vetro che contengono Pastiglie Leone come fossimo in una vecchia confetteria o nella Fabbrica Leone stessa. Distributori antichi di caramelle e confetti. Bilance del primo novecento e del dopo guerra e un angolo iper moderno colmo di cioccolato; quasi come fossimo in una vetrina di Gobino si tagliano a pezzotti i gianduiotti o cioccolati enormi con scaglie di nocciole piemontesi. Tavoli e poltrone di pelle e un affaccio su un cortiletto dove c’è un vecchio strumento a pedale che sembra quello del cemento utilizzato per fabbricare caramelle, vecchie lantine di fanta, un automobile d’epoca che ti va venire in mente il picnic della domenica con donne elegantissime dentro. Un cestino di vimini e il foulard in testa. I bimbi con i calzoni corti e i capelli sistemati e lui che guida con una sigaretta in bocca. E se proprio dobbiamo sognare somiglia un po’ a Connery con la sua Marnie nel meraviglioso film di Hitchcock.

Io non vengo pagata dalla Fabbrica Finocchiaro per scrivere questo. Tengo fortemente a dirlo e ribadirlo in primis perché non accetto alcun tipo di collaborazione di questo tipo e poi perché di fare sviolinate in cambio di due dolcetti è roba che non mi interessa; e chi mi legge da un po’ lo ben sa. Purtroppo il sistema malato blogosferico fa sì che il pensiero comune sia rivolto a un blablabla per il proprio tornaconto.

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Tour Visivo: Il Monastero dei Benedettini a Catania



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I Pezzi di Tavola Calda a Catania

Oggi la ricetta comparirà alle 16:16. Dlin Dlon. Fine comunicazione di disservizio.

La mia terra ben presto accoglierà orde di turisti che si riverseranno in cerca di un soggiorno esotico in patria, che con la crisi si sa è giusto rispolverare il detto “ abbiamo così tante meraviglie in Italia, perché andare all’Estero?”.

Mi sento quindi in dovere di auto-eleggermi Guida Virtuale Sicula, non tanto per rovinarvi (solo) la vacanza ma anche il pre partenza. Sperando di eccellere dunque con questa Rubrica di cui se ne poteva tranquillamente fare a meno oggi si getteranno le basi che occorreranno in linea generale per rendere il soggiorno in Sicilia davvero un’esperienza indimenticabile. Per comodità in questa prima puntata, che definirei pilota, tracceremo per punti dei passi salienti culinari necessari per la sopravvivenza. Seguiranno altre puntate settimanali con tanto di foto, documentazioni, video e allegati.

Da cosa si poteva partire se non dal cibo? Giusto per introdurre al meglio ( risate registrate) il tutto ricordo che comunque qui al Gikitchen vi sono questi pseudo articoletti redatti lo scorso anno , ovvero:

Poi vabbè essendo io sicula al cento per cento vi è la sicilia ovunque qui.

 E’ importante seguire una dieta alimentare rigidissima almeno una settimana prima della partenza prestabilita qualsiasi sia la meta prescelta in Sicilia. Sarebbe opportuno agire nel seguente modo: quattro giorni di depurazione detox e i restanti tre  un digiuno comprensivo solo di acqua e frutta. Questa privazione di proteine e carboidrati non dovrà in alcun modo preoccupare la salute dell’allegro Turista che recupererà con gli interessi il calo di zuccheri e grassi che si è imposto per non tornare a casa con un’intossicazione alimentare. L‘isola riesce a lasciare moltissimi ricordi ed uno di questi è un aumento del peso corporeo pari al dieci per cento ( se tutto va bene).

Gli indigeni del luogo amano coccolare i gitanti venuti da lontano (intendo sbarcati sulla terra perché potenzialmente potrebbe essere anche proveniente da Reggio Calabria) e la loro preoccupazione nel vederli sotto peso e non in perfetta forma fisica li porterà ad elargire consigli culinari per una buona ripresa dello stato di salute. E’ importante quindi sottolineare che per un Siciliano “essere sottopeso” significa nel resto del Mondo ” essere normopeso”. Quest’ultimo parametro difatti è tale se vi sono almeno quindici chili di sovrappeso. Solo allora un uomo/una donna/un bambino/una bambina possono essere catalogati come ” persone che stanno bene”. Naturalmente se la percentuale aumenta vorticosamente si passa allo stadio ” persone che stanno molto bene”. Giusto per fare un esempio velocissimo: un individuo che porta con sé dai venti ai venticinque chili di sovrappeso ” sta benissimo”.

Il Siciliano medio ti inviterà a non compiere gesti inconsulti e quindi preferire due arancini e quattro mini (secondo gli standard dell’isola) panini alla porzione di frutta che ti eri prefisso in spiaggia. Ti narrerà delle sue gesta culinarie per incoraggiarti quindi a non demordere e proseguire impavido nell’ingurgitamento di calorie gustose e ricche di qualsiasi tipo di valore nutrizionale. Ma quali sono gli esatti parametri per una buona convivenza? 

Oggi cercheremo di riassumere sintetizzando in vista di vere e proprie tabelle in formato stampabile che potrete comodamente portare con voi . Mi sto organizzando.

In Sicilia, soprattutto nella parte orientale, esiste il concetto e la conseguente filosofia della ” Tavola Calda”. Per Tavola Calda si intende tutto un tripudio di salatini e stuzzichini, tanto per capirci e generalizzare. In realtà il discorso è talmente ampio che un’enciclopedia di trentasette (mila)  volumi non basterebbe. Basti sapere al momento che il Siciliano va in visibilio quando si trova a dover elargire consigli sui pezzi culinari che compongono la tavola calda. Si destreggerà benissimo nella discussione ricca di dettagli sulle varie tipologie che compongono questa filosofia culinaria. Non fatevi trovare impreparati e farete qualche bagno in più senza essere ostaggio di gentili elargitori consiglieri.

I pezzi di tavola calda sono sostanzialmente:

Pizzetta, Arancino, Cartocciata, Bolognese, Bomba, Sfoglia, Cipollina e Siciliana (non contiamo neanche la mozzarella in carrozza et similia ma solo le tradizionali per eccellenza).

Niente di così trascendentale si direbbe a primo acchito ma ognuna di queste tipologie contiene come in un diagramma di flusso complicatissimo delle diramazioni che tutto sono fuorché semplici.

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I Pezzi della Colazione a Catania

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Con la prima puntata di “Te lo dico io come sopravvivere in Sicilia” pensavate di esservela cavata, nevvero? Vi vedo già fissare il monitor inebetiti dalle mie idiozie circa cartocciata, patè, siciliana e cipollina sibilando “ma questa è matta? che sta dicendo?”.

I pezzi di tavola calda non sono frutto della mia esagerata e psicolabile fantasia ma una secolare realtà culinaria (mi piace esagerare, embè?). Ordunque semmai ti fossi perso cotanto delirio non hai che da cliccare qui per restare al passo con questo Corso che vuole essere un vero e proprio monumento letterario (non ho bevuto eh. Solo succo d’ananas ma mi piace dire sciocchezze, embè? E mi piace pure dire embè a quanto pare) capace di raccogliere in formato bignami i punti salienti ed essenziali per tutti quelli che coraggiosamente hanno deciso di fronteggiare “La Sicilia in Tavola”.

Come per i pezzi di tavola calda la quantità esagerata e la moltitudine dei pezzi della colazione in Sicilia (anche oggi trattiamo solo la provincia di Catania e dintorni ma non mancheranno le altre, ci mancherebbe santocielo!)  non dovranno in alcun modo stupire. Le varie diramazioni e declinazioni di gusti verranno ampiamente sottolineate e specificate ma basti sapere che fondamentalmente i pezzi della colazione in Sicilia, reperibili dal più piccolo baretto di provincia sino ad arrivare a quello rinomatissimo nel cuore e centro della città, possono essere semplicemente riassunti così:

Cornetto, Raviola, Iris, Panzerotto, Brioche con il tuppo, Treccia, Graffa.

Siamo alle basi eh. Come per un’aspirante fashion victim sarebbe dire: “ti occorrono scarpe con tacco 12, stivalotto volgare per le giornate tristi, borsa degna di tale nome, occhiali spiritosi e cappello”. Ma non confondiamoci le idee o perlomeno proviamoci.

Il Cornetto sì è proprio quello universale che in tutto lo Stivale, isole comprese, generalmente spopola durante le ore del mattino. Il Cornetto siculo non è chiaramente quello dell’Autogrill, nulla togliendo alla suddetta società che amo in maniera viscerale perché vende le caramelle nel deserto dell’asfalto e le bibite energetiche nauseabonde al mirtillo che mi piacciono anche se poi sto malissimo. Innanzitutto sono le dimensioni a variare (e quindi a ben pensarci si potrebbe asserire che il Cornetto Siculo non è chiaramente quello del resto dell’Italia) perché il Cornetto Siculo è almeno il doppio del classico prodotto da forno. Esiste una legge in Sicilia. E’ segreta, massonica e pochi avranno il coraggio di rivelarvela ma io che sono devota alla coerenza e alla verità sono qui impavida e senza timore pronta a proferirla. Il cornetto siculo non è mai vuoto, regola numero uno. Il cornetto siculo non è mai con la marmellata, regola numero due. Bevi un bicchiere d’acqua e prosegui. Se stai iperventilando, tranquillo/a è tutto regolare. Inspira espira e procedi. LENTAMENTE. Ripeto LE-NTA-MEEE-NNNTTTE occhei?

Il cornetto, generalmente servito vuoto in modo da poterlo accompagnare con le confetture che si preferiscono, è un must nel resto delle regioni. Per il Siciliano il cornetto vuoto è un affronto. Provate ad offrirgliene uno. Certamente la volontà di non essere sgarbato farà sì che lo mangi ugualmente ma quell’angolo laconico sulla sinistra dell’iride vi farà percepire quanto disprezzo stia provando per siffatta scelta.

Il cornetto deve essere grondante di crema; che sia nutella o crema di pistacchio e cannella sino ad arrivare alla crema pasticcera vanigliata o cannellata e al cacao, ma non deve in alcun modo contenere roba leggera come può essere la marmellata o PEGGIODIPEGGIO vuoto. Molti bar adesso possiedono il cornetto vuoto ma quasi un decennio fa quando il Nippotorinese (il povero pazzo che ho fatto trasferire da Nord a Sud, sì) si aggirava le prime volte in territorio straniero abbiamo proprio fatto un sondaggio e, basandoci su casistiche che posso tranquillamente documentare, solo un bar su venti aveva il cornetto vuoto. Cinque su venti quello alla marmellata. L’immancabile è nutella-crema pistacchio-crema. Il Siculo tiene quattro cornetti vuoti  e un po’ con la marmellata giusto per fare contento “il rappresentante di Milano venuto per una giornata lavorativa in Sicilia”, o “quel turista fissato con questa crema di frutto puahhhhcheschifo”. Un vero siculo non cede alle lusinghe del “no grassi solo frutta” ma ci infila dentro un cannolo imbottito e un altro cornetto se necessario, ergo: non stupitevi se il cameriere vi guarderà con sospetto o declinerà un timido “del nord sei vero?” perché è chiaro che per lui sei forestiero e peggio ancora non ti avventuri nella cultura sicula. Cosa c’è di peggio che andare a Tokyo e mangiare Pizza o andare in America e chiedere un bel piatto di pasta? Se sei andato in Sicilia e prendi un cornetto vuoto potevi pure startene a casa. Con la crema di pistacchio santo cielo! RAGIONA! Con otto tonnellate di crema ma SANTOCIELO POSA QUEL CORNETTO VUOTO! POSALO SUBITO!

Per questo motivo l’affare cornetto è di fondamentale importanza per una corretta sopravvivenza. Mai si potrà rendere più felice un cameriere siciliano dicendo “mi consiglia il cornetto al pistacchio?” (ci uscirà pure il pezzo più grande e un abbraccio. Al siciliano piace sempre che si renda omaggio alla sua terra. Poco importa l’intossicazione alimentare santocielo).

Andate ordunque impavidi e cornettate al pistacchio. Al vuoto e al light e a quelle maledette cremine senza grassi baderete poi con calma non appena tornati in patria. E finiamola con il salutismo! Sfondatevi! (generalmente dico l’opposto ma sono nella fase “Sicula mode on” e devo essere credibile. Nessuno osi contraddirmi).

Sulla Brioche (nel messinese si chiama con il tuppo) c’è da fare un capitolo a parte e così sarà. Perché la brioche qui in Sicilia, soprattutto nel catanese definita “brioscia”, oltre ad essere portabandiera della nazione-pianeta Sicilia (così giusto per non esagerare), ha un’essenza complicata. Nel terzo capitolo di questo Tour si approfondirà il discorso Granita (sua fida compagna) ed è per questo che oggi la classificheremo velocemente come accompagnamento alla granita o al gelato. Ritorneremo sull’etimologia del tuppo e della brioscia, certamente.

La Treccia somiglierebbe un po’ a una sfoglia cornettosa ibrida ed anche a quei panini di sfoglia con uvetta che si trovano in quel di Marsiglia, giusto per capirci o in tutto il territorio Franssssccese (scritto così). In realtà è un pezzotto da colazione ambitissimo e gustoso che generalmente accompagna il cappuccino. Se quindi è vostra intenzione gustare un cappuccino, prendendo atto che il Siciliano lo detesta e che qui si fa il caffè e mica “ste cose schiumate”, potreste lanciarvi nell’assaggio di codesta meraviglia che risulta non troppo pesante (sottotitolo: rispetto al resto, mi pare ovvio. Occorre sempre basarsi sui parametri degli indigeni del luogo di cui faccio parte con sommo onore).

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Sicilia

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Catania

C’è qualcosa che ti inculcano con insistenza sin da quando sei piccolo. Forse per convincerti che gli stupri subiti dalla tua terra possano essere cancellati con il mare e il sole. Si trascorrono ore a inserirti, come monete in un salvadanaio vuoto,  delle parole piene di affetto, calore e ospitalità. Un calore bruciante come la lava che deve far parte di te. E’ come se tutti quei sorrisi che mostri esasperati debbano in qualche modo sopperire al dolore delle gabbie e delle leggi nascoste e silenziose che cominciano a far parte di te quando ancora non riesci a pronunciare “acqua”. C’è una forma di auto difesa che deve contrastare quella precisione che non può appartenerti perché è così che è. E la rassegnazione, alla quale chiaramente non vuoi abbandonarti, cerchi di trasformarla. Plasmarla. Inventarla. Con tutta la fantasia dei popoli diversi che hai nel sangue.

C’è qualcosa che da quando sono in vita mi fa fortemente detestare un concetto. Un luogo comune. Un modo. E c’è qualcosa che da poco tempo mi fa sentire inesorabilmente parte di esso. Ieri, senza chi come me abita questa terra, in un silenzio irreale e spaventosamente urlante mi sono ritrovata a guardare Catania con gli occhi in sù. Con le sue finestre che rievocano i colori di Suspiria. Con il suo barocco nero attorcigliato tra piante di balconi con calzini spaiati stesi che puoi allungare le mani e sistemare mollette. Disordinate, colorate, di legno e metallo. Il Teatro Massimo su scalinate dove non mi sono mai seduta bevendo una birra e tra le piante di una Villa Bellini che non ricordavo così verde, bella ed umile. Tra statue senza teste ed odore di fico. Quando con le narici tiri su e il mare e chi lo abita ti entra dentro formando un acquario dentro le viscere. Pieno di pesci colorati che sono belle intenzioni e tentacoli di polpo rosso che sono sogni. E arrivano ovunque allungandosi.

C’è qualcosa che ieri mi ha fatto sentire orgogliosa di essere catanese. Siciliana. Sicula. E’ come sentire una nota in un giro velocissimo di pentagramma e individuarla nella bolgia di urla. Non so esattamente cosa ma quando ho alzato gli occhi e nel silenzio le arance sugli alberi di Corso Italia si sono mosse velocemente come tamburelli in mezzo al verde. Io. I limoni sul lungomare con la pietra lavica buttata tra acqua e fuoco mentre mangio una granita al pistacchio   chiedendomi se laggiù in quella barca un pescatore sta catturando un sogno.

In quel qualcosa ho ritrovato una parte di me che non credevo mi appartenesse. Tra arancia e cannella. Era lì lasciata a terra nella mia città deserta. Aspettava di essere raccolta. Ed è stata lì per più di trenta anni. Immobile ad aspettarmi. Senza urlare o cercando di attrarmi. Ha avuto la pazienza necessaria per essere da me trovata. capita. apprezzata.raccolta.

Non perché inculcata. raccontata. esasperata. imposta.

Ne mancano ancora tanti di pezzi ma adesso che so mi stanno aspettando. Sarà mia premura cercarli e prendermene cura. Perché è mia. Anche un po’ mia, adesso.

Catania.

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Taormina la recensiamo il 22 Dicembre, ok?

Non ero ancora stata a Ortigia, e quindi l’impressione dell’Ashbee è stata senza ombra di dubbio positiva. Non che per questo non ne conservi un ricordo valido, per carità. L’albergo Ashbee è magnificamente ospitato all’interno di una villa del 1908; il nome deriva proprio dall’Architetto Robert Charles Ashbee che se ne occupò. Situato in un punto nevralgico, ovvero proprio vicino a Porta Messina entrata del viale principale della cittadina, questo hotel è un vero e proprio patrimonio artistico e culturale in quanto situato in un luogo paradisiaco. Immersa in un parco secolare difatti la villa tra altissime palme, limoni e mandarini si affaccia sul litorale messinese e quando non vi è foschia si vede addirittura la Calabria che dista in fondo soltanto tre chilometri dal capoluogo della provincia di cui Taormina fa parte. Una piscina open dà un senso di sconvolgimento ancor di più. Quasi a buttarsi nell’infinito dello stretto ti accoglie prepotentemente catapultandoti in un sogno senza pari.

Le camere dal gusto classico con dipinti ricercati e tratti plumbei nascondono modernità e comodità degne di un extralusso. La pulizia di primordine e la cura nell’accogliere l’ospite è visibile nei vari necessaire del bagno e dalla linea ricercata Ortigia, che spopola in tutta la Sicilia come portabandiera della cosmesi regionale. Ad accoglierci anche la sorpresa di ritrovare delle paste di mandorla firmate Bacco; proprio quelle che avevamo avuto il piacere di acquistare direttamente in azienda nel nostro tour brontese.

Una ricerca estetica riuscitissima e prodotti locali come è giusto che sia. L’assenza di ciabattine, che  si fa notare considerato che sono una brava psicolabile, è sopportabile visto che la cabina armadio è spaziosa e con grucce monocolore in frassino chiaro (sì vabbè sto in fissa. uff).

Pezzi pregiati all’interno della camera classicheggiante e moderna al tempo stesso sono apprezzabilissimi quanto inutili e la cortesia del personale molto più formale e “da albergo lussuoso” è apprezzabilissima per alcuni quanto l’esatto contrario per altri. Un distacco dovuto ma troppo formale e non certo l’approccio lusso-friendly di quel d’Ortigia. Ma non ci si sta mica lamentando. Ci si lamenta piuttosto per la colazione che non appare adeguata non possedendo nessun particolare prodotto tipico siciliano ma neanche tendente al continentale. Come tante altre; nulla di che insomma. Essendo campionessa nel trovare parole inutili avere difficoltà la dice lunga. E se vogliamo proprio essere maniacali: la frutta era vergognosamente insapore. Succulentissima per gli ospiti non italiani non metto in dubbio ma santapolpetta, no.

La notte godere del panorama sorseggiando qualcosina è davvero un’esperienza da ricordare sotto il brusio di incessanti e laboriosi grilli che cantano fino a mattina inoltrata manco fossero a qualche talent show condotto dalla De Filippi in versione insetto. Fortuna che le camere sono insonorizzate e tanti saluti.

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Cartoline da Taormina

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