Sciavuru

Questo viaggio comincia dalla fine. Una domenica mattina quando l’alba è stata appena vista da quella fila di vecchietti sulle panchine del Chiosco Don Gino a Bagheria; non la Baaria ricostruita da Tornatore a Tunisi ma la metà vecchia che rimane prepotente e con carattere in mezzo a poche nuove costruzioni.


L’ocra colora piazza Garibaldi mentre le arancine arrivano caldissime in un vassoio di acciaio pulitissimo, proprio sopra degli enormi panzerotti trabordanti di cioccolato e crema quasi gialla fluo ma non artificiale. Artigianale. Lo è tutto nel Chiosco Don Gino. E’ tutto fatto in casa come la cortesia della signora che nonostante il “bagno guasto” fa cenno al “ragazzo” di prendere le chiavi e “favorirci”.
Perché è così che funziona. Apparentemente non è per tutti ma lo diventa. E’ una forma di cortesia e di abitudine. Farti pensare che “solo per questa volta” corrisponda ad una sensazione di privilegio. Una tarantella di ospitalità che ben conosco.


Proprio di fronte a questo tripudio di colazione e di famigerati pezzi di tavola calda catanese che furoreggiano ormai anche nella sicilia occidentale, fanno da guardia due mostri e un cancello. Mentre mi chiedo come mai a Catania il rollò, pezzo salato composto da un wurstel enorme avvolto in un “semi” panino cosparso di semi di sesamo, non abbia preso il sopravvento tra la fascia giovane del consumatore che predilige l’orrenda cartocciata con i pezzetti di wurstel, mortificando la tradizione che la vuole con il prosciutto, fisso davanti a me.

La meraviglia. E non so neanche ancora quanta.

Villa Palagonia, la villa dei mostri, è proprio lì. A raccontarti il riassunto di pochi giorni vissuti intensamente.
Il riassunto di una riscoperta appartenenza alla mia terra. Già qualche giorno fa con la pasta ‘ncaciata c’era stato un bisogno fisico e mentale di fermarsi e cominciare dalla genesi. Dal mio cromosoma siculo.
Quasi profetica la pasta ‘ncaciata alla messinese. Mi dico mentre attraverso la piazza.
La fila di vecchietti ci guarda, scruta e passa il tempo a indovinare.


“Pulintuni”, penseranno. E ridacchio sotto i miei folti baffetti siculi figurati perché ben conosco il genere e la tipologia di discussione che avviene all’ombra di un’enorme palma. Lo so. Perchè. Semplicemente faccio parte di loro . Mentre stringo la mano a lui che al contrario di me è estraneo ai pensieri comuni della mia terra e del mio sangue che sembra quasi sentirli prepotentemente, sorrido. Sorrido a loro. Chi ha il cappello se lo toglie in segno di saluto. Come non adorare questo onore maschile seppur permeato da un maschilismo tradizionale? Lo avverto con quella sensazione di fastidio e raccapriccio razionale e come calamita di fascino.

Ho una macchina fotografica, sono pallida come una tedesca che ha trascorso nove stagioni consecutivi in Lapponia ed è stata ibernata da mesi ma.
Ma sono come voi.


Appartengo a questa meravigliosa terra bella e orrenda come Villa Palagonia. Appartengo a questa folle dicotomia di non rappresentare gli standard siculi ma di esserlo nelle viscere.

Per capire l’essenza della Sicilia e di me bisogna andare esattamente dove sono in questo momento. Diretti. Senza pensarci due volte. Vuoi capire cos’è la Sicilia?

Villa Palagonia. Piazza Garibaldi. Bagheria. Palermo.

Non fare altro se non hai tempo. Non pensare troppo e non crogiolarti in interrogativi su mare, Etna, Taormina, isole, foto sulla spiaggia di San Vito Lo Capo. Se hai il tempo fai tutto questo chiaramente ma se ti è nemico no. Se hai solo un minuto per capire cosa è la Sicilia. Vai.

Vai solo a Bagheria.

Attraversa il cancello con i due mostri laterali. Leggenda impone che si abbia paura a prescindere di venire in Sicilia no? Inconsciamente il concetto di pericolosità, nonostante si possa essere dotati di neuroni funzionanti, c’è. E’ innegabile. E’ atavico. Ed è innegabilmente una nota di fascino non indifferente.

Attraversare questo lungo viale con fichidindia pieni di fiori. Mentre quella paura ti assale. Quegli interrogativi bizzarri che sanno di pellicola e film, mentre la colonna del Padrino ti rimbomba in testa con teste di cavallo mozzate sul cuscino, ti assalgono e. Ti fermi chiedendoti “ci sarà una sparatoria? Rimarrò coinvolto in una faida di due che litigano per futili motivi ?”. La risposta è sì.

Guadagna tempo e risponditi da solo. Rimarrai coinvolto senza alcun dubbio.

In una sparatoria visiva di meraviglie e in una faida di gusto eccelso che non si può eguagliare in nessun altra parte del mondo. Ma è con l’orrore della noncuranza che tutto sarà incorniciato.

Attraversi il viale e sei in Sicilia. Passata la paura, quando ti tocchi il petto e ti accorgi che nessuno ti ha sparato e che è solo sudore per l’afa quello che ti bagna e non il sangue, sei all’ingresso tondo e nobile che è pronto ad accoglierti.

Senti profumo di zagare e ricotta. Di canditi fatti in casa e di arance nonostante tempo di arance non sia più. Vieni avvolto in una glassa di zucchero e cannella con spezie africane perchè sei lì in fondo. In una terra stuprata da popoli, sotterrata da fuochi, sfregiata da titoli ignobili. Che nonostante tutto mantiene un sorriso per gli altri. Prepotentemente cerca di accoglierti senza farti sentire ospite. Premurandosi di abbracciarti e coccolarti per dirti che no. Paura proprio non devi avere.

Senti una nenia proveniente da una cappella privata all’interno della villa. Poco distante. Il chierichietto fa uscire quattro signore anziane e sorridi quando tre sono completamente vestite di nero e una di azzurro mare. Non è poi così lontano il concetto del giallo carino della regina per il matrimonio di William e Kate.

Prepotentemente ancora la tradizione e il luogo comune e l’innovazione accanto. In un’insalata di tradizioni condita con arance, pepe e finocchi. Proprio come la scultura di frutta accompagnata da un frozen alla menta che non vedi l’ora di emulare non appena ritornerai a casa.
Quando sali le scale, che hanno fatto da set non soltanto a pellicole ma a vere vite, un deja vu ti coglie e non puoi non rimanere inebetita quando i salotti nobili ti si parano davanti con una prepotenza tale che un ceffone a pieno viso farebbe meno male.

Perchè è anche questo la Sicilia. Un ceffone a pieno viso a chi ha sempre immaginato il nulla e nulla proprio non è. E’ tutto ed è sempre stata di tutti.

Il grandangolare è perfetto e non c’è nessuno. Posso abbassarmi e gettarmi negli angoli mentre mi maledico per aver portato la reflex piccolina che a luce sta messa male. Ma ci pensa il sole che arriva dalle finestre adornate con mosaici e scritte ad aiutarmi. A tendermi una mano perchè pioggia proprio no. Rannicchiata in un angolo cercando di tenere la mano ben salda e bramando un cavalletto da piazzare per tre ore o forse più, ascoltavo la voce del Nippotorinese, Cicerone d’eccezione e narratore:

“Villa Palagonia eretta nel 1715 da Tommaso Maria Napoli poi continuata da Agatino Daidone per Ferdinando Francesco Gravina, principe di Palagonia e pretore di Palermo. E’ la più famosa delle ville di Bagheria; descritta da Giovanni Houel nel 1776 e cantata da Giovanni Meli, destò impressione in Goethe e tutti ne rilevarono acome ancor oggi la parte più bizzarra e meno interessante architettonicamente. Ha movimentata architettura, che si fa scenografia della facciata della palazzina centrale per l’animato gioco della scalinata a tenaglia e delle membrature di tufo giallo sull’intonaco bianco. Il recinto quadribolato, in mezzo al quale è la palazzina, presenta varietà di prospettive ed è coronato dalla celebre coreografica parata di grottesche figurazioni mostruose scolpite grossolanamente a partire dal 1747 per la bizzarria dell’omonimo fondatore. Purtroppo il surrealismo è guastata da moderne costruzioni che si vedono emergere al di là del recinto è che lo stringono”.

Pare che il Principe di Palagonia, deforme dalla nascita e non particolarmente aitante, avesse adornato questa strabiliante abitazione con centinaia di statue raffiguranti mostri affinchè la moglie si abituasse ad avere intorno a sè deformità. Tutto questo l’avrebbe certamente, secondo il bizzarro nobile, fatto credere nella di lui (a quanto pare inesistente) beltà.

Il romanticismo di un gesto estremo, cinico e sarcastico di questo tipo è l’esatto mix che ti aspetta quando arrivi qui.
Quando arrivi nella mia terra.
Mai mi sono sentita così tanto fiera di essere siciliana.
Mai mi sono sentita di appartenere alla mia terra così. In maniera forte, radicata, profonda e commovente.

Ho sempre trascurato fortemente il lato patriottico siculo ma non oggi. Divento portabandiera di una regionalità che finora non è emersa.

In quel momento ho realizzato cosa significasse esattamente appartenere alla propria terra. Per questo quando la signora del chiosco mi ha chiesto se volessi assaggiare l’arancina ho detto con fierezza.
“No, grazie signora. Sono siciliana io. Lui è torinese”

Il torinese ha declinato l’invito solo perchè alle otto del mattino un’arancina enorme con quaranta gradi all’ombra era giusto un tantinello troppo. Se aggiungiamo il fatto che fosse reduce da un tour gastronomico che definire “pesantuccio” è un eufemismo, pare proprio che sì. Lo si può perdonare.

La signora ha  sorriso e ha detto “e non sa cosa si perde lui!”

E non se l’è perso. Perché se finora mi sono sempre sentita in colpa per averlo catapultato trenta anni indietro e fatto vivere in una realtà completamente diversa da quella che può essere Torino, c’è stato un momento mistico e importante. Sì proprio al chiosco davanti ad un’arancina (mentre l’interrogativo di questo sostantivo femminile ha turbato le mie notti), la riscoperta appartenza alla terra e una fila di vecchietti che si tolgono il cappello.

Mentre spalmavo protezione cinquanta perchè al diavolo no. Amo il sole ma solo perchè i vestiti si asciugano in fretta. Non esageriamo, adesso. Rimango pur sempre la sicula che preferisce trascorrere l’Estate sul Po.

Dove mi sono perdonata.
Dove mi sono accarezzata un po’ la guancia rassicurandomi e dicendo che no. Non devo assolutamente sentirmi in colpa e che come io ho tantissimi motivi per ringraziare lui per avermi fatto conoscere una realtà diversa anche lui ne ha altrettanti per farlo con me.

Villa Palagonia con il suo vialetto di felce, fiori enormi che sembrano diventare carnivori la notte per poi scoprire che in realtà diventano culle e porti sicuri dove dormire tranquilli, come gli uomini siculi.

Dallo sguardo ostile ed enigmatico, che quando ti sorridono tornano bambini.
Gli stessi dei quartieri spagnoli che tirano calci ad un pallone e a dei sogni che mai si realizzeranno. Ma forse no. Riusciranno.

Come fiori setosi color fucsia in mezzo alle spine dei fichidindia. Dove possono nascere frutti morbidi, succosi, con carattere e dai colori prepotenti e docili.

Sono stati sei giorni importanti questi. Tra quelli che potrei annoverare tra i più della mia vita.

L’albero di Falcone incastonato nel cemento con parole appese a speranze e rami mentre mangio un gelato che non è buono ma non importa; con la foto di Falcone e Borsellino al semaforo quasi a voler ricordare sempre e comunque che nonostante qualcuno metta il rosso.

Il verde c’è sempre.

Che le costrizioni a cui siamo soggetti da una vita noi siciliani non ci rendono deboli e allineati ma talvolta eroi sottovalutati in cerca di una via di mezzo troppo difficile da trovare.

In un disequilibrio imposto non per codardia ma perchè importante vedere il sole.
E non restare al buio.

Scrivo mentre lui guida e c’è un autogrill dove.
Scillato. L’autogrill Scillato.

Mi si è fuso il motore qui e.
Sono rimasta a piedi qui quasi quindici anni fa. Con un ex fidanzato, con delle ex amiche ed ex ricordi.

Ferma senza trovare la torretta sos. Trainata su un carroattrezzi e sbattuta a Termini Imerese dove adesso non c’è neanche più il cartellone Fiat.
In un Piemonte Sicilia prepotente che ritorna. Con un vento che sposta un suv in corsa pericolosamente.
E sono sempre su un suv. Anche allora lo ero. Era più instabile quello, piccolo e tenero. Questo è enorme, scuro, blindato, offuscato e corazzato. E non si ferma. Non ha guasti. Va. Veloce. Dritto. Fiero.

E non ho niente che potrà diventare ex.
Perché ho l’amore e soprattutto me stessa.

La torretta sos sono io e mi telefono da sola. I temper trap sparano a palla e mentre fisso un monte mi sento finalmente: grande.
Sono una siciliana grande; mai una grande siciliana ma una siciliana grande sì. Matura. Donna.

E non una ragazzina senza identità.

Rotoballe e case abbandonate mi fanno da contorno visivo e mentre ticchetto e sentenzio che il “polentone” dovrà portarmi in giro più spesso per scrivere perché mi rilassa, mi giro:

e gli parlo in siciliano. Non capisce nulla ma mi sorride mentre con il labiale mi dedica due parole. Le più importanti.

E per la prima volta. Sorrido. E continuo a parlare in Siciliano. Imito un po’ il palermitano. Mi riprometto di studiare il messinese.

Non gli spiego nulla.
E rimane per me.
Ma sciavuru è il tuo odore. Quello che mi ha salvato e fatto respirare. E tu fai sciavuru di vita.

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