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Il Cirque du Suleil a Catania

Non si possono fare foto al Cirque du Soleil; che sia macchina digitale, cellulare, polaroid, lomo. Quello che puoi riuscire a catturare è solo prima dell’inizio, durante l’intervallo e alla fine quando gli artisti si riversano sul palco e si inchinano. Proprio quando mi sono alzata commossa senza neanche ricordarmi della mia fermatempo in borsa e ho cominciato a spaccarmi le mani guardandoli in volto e sorridendo a questi donatori di fantasia e poesia.

Ho avuto l’immenso piacere di poterli avere a una distanza davvero ravvicinata essendo in prima fila e di poter ricevere un saluto speciale e un sorriso attraverso la maschera. Il Cirque du Soleil è una musica di Miyazaki. Come se ci fosse Sakura, Pure White, Mad, Feels e Dolls mischiati in un frullatore con dentro tutte le poesie da quando l’universo c’è. Ho ancora una sensazione fortissima di dolore alle mani tanto ho applaudito. Ho quasi sentito l’esigenza di urlare Bravi. Bravissimi. Grazie. Ho fatto fatica a fermarmi quando i tre scalini che mi separavano dalle corde e dagli elastici dove si vola in alto volevo percorrerli. Salire lì e abbracciarli uno ad uno.

La tenda, il ricordo e il circo chi mi conosce anche poco sa quanto siano punti nevralgici delle mie visioni. Non c’è stata maschera o clown di cui ho avuto paura. Non c’è stata noia neanche con il bravissimo Mimo che generalmente mi perplime nei suoi silenzi e rumori esasperati.

Il mantello bianco e nero della mia maschera preferita che nasconde pantaloni attillati come fuoco che brucia nei movimenti mi ha ricordato Travolta in uno dei film che ho amato di più. Quando ballava tra il fuoco dell’inferno e la redenzione era vicina. Quando il rosso attraversava il nero per diventare purezza e bianco. Il Cirque du Soleil è stata lirica, poesia, colore e visione. Un giro di piano e violino da far girare la testa mentre il corpo si contorce; e ce ne sono tanti di corpi. Secchi e lunghi. Bassi e grossi. Larghi più che lunghi e viceversa. Piccolezze fragili con il volto da bambini e omoni muscolosi. Il re obeso su un trono colorato e un racconta storie con una coda lunga per avvolgere, arrotolare e srotolare racconti. Un cantastorie infinito questo Cirque du Soleil. Anche quando c’è tanto verde e non si vede.

Il tamburo a ritmo di una danza spagnola con un volto orientale che tira una fune e un omone alto e nero che governa l’equilibrio di tutti. Parità di colore senza paura e un mondo che si attorciglia.
E’ stata l’esperienza visiva più importante di tutta la mia vita. Il circo è stato sempre parte di me e pur forzandomi di non vedere le gabbie ho sempre voluto stare lì a guardare gli animali che non avrei potuto mai vedere a meno che mi fossi trasferita nella savana. Qui di animali ce ne sono. E sono come me. Animali umani in tute zebrate e a pois. Con strisce. Cappelli e piume. Non c’è bisogno di scomodare chi deve stare a casa sua a zompettare e afferrare prede. Ognuno di noi ha una cosa, delle piume e un ruggito.

Mi sono innamorata singolarmente di ognuno di loro. Non mi sono preoccupata neanche di fermare il tempo a spettacolo finito. Perché non avrò nessuna foto di lui e lei ma nel cuore e negli occhi sì. Ed è stato quando non mi sono vergognata e senza riflettere.

Mi sono alzata. Ho applaudito. E ho detto. Grazie.

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Tour Visivo: Il Monastero dei Benedettini a Catania



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I Pezzi di Tavola Calda a Catania

Oggi la ricetta comparirà alle 16:16. Dlin Dlon. Fine comunicazione di disservizio.

La mia terra ben presto accoglierà orde di turisti che si riverseranno in cerca di un soggiorno esotico in patria, che con la crisi si sa è giusto rispolverare il detto “ abbiamo così tante meraviglie in Italia, perché andare all’Estero?”.

Mi sento quindi in dovere di auto-eleggermi Guida Virtuale Sicula, non tanto per rovinarvi (solo) la vacanza ma anche il pre partenza. Sperando di eccellere dunque con questa Rubrica di cui se ne poteva tranquillamente fare a meno oggi si getteranno le basi che occorreranno in linea generale per rendere il soggiorno in Sicilia davvero un’esperienza indimenticabile. Per comodità in questa prima puntata, che definirei pilota, tracceremo per punti dei passi salienti culinari necessari per la sopravvivenza. Seguiranno altre puntate settimanali con tanto di foto, documentazioni, video e allegati.

Da cosa si poteva partire se non dal cibo? Giusto per introdurre al meglio ( risate registrate) il tutto ricordo che comunque qui al Gikitchen vi sono questi pseudo articoletti redatti lo scorso anno , ovvero:

Poi vabbè essendo io sicula al cento per cento vi è la sicilia ovunque qui.

 E’ importante seguire una dieta alimentare rigidissima almeno una settimana prima della partenza prestabilita qualsiasi sia la meta prescelta in Sicilia. Sarebbe opportuno agire nel seguente modo: quattro giorni di depurazione detox e i restanti tre  un digiuno comprensivo solo di acqua e frutta. Questa privazione di proteine e carboidrati non dovrà in alcun modo preoccupare la salute dell’allegro Turista che recupererà con gli interessi il calo di zuccheri e grassi che si è imposto per non tornare a casa con un’intossicazione alimentare. L‘isola riesce a lasciare moltissimi ricordi ed uno di questi è un aumento del peso corporeo pari al dieci per cento ( se tutto va bene).

Gli indigeni del luogo amano coccolare i gitanti venuti da lontano (intendo sbarcati sulla terra perché potenzialmente potrebbe essere anche proveniente da Reggio Calabria) e la loro preoccupazione nel vederli sotto peso e non in perfetta forma fisica li porterà ad elargire consigli culinari per una buona ripresa dello stato di salute. E’ importante quindi sottolineare che per un Siciliano “essere sottopeso” significa nel resto del Mondo ” essere normopeso”. Quest’ultimo parametro difatti è tale se vi sono almeno quindici chili di sovrappeso. Solo allora un uomo/una donna/un bambino/una bambina possono essere catalogati come ” persone che stanno bene”. Naturalmente se la percentuale aumenta vorticosamente si passa allo stadio ” persone che stanno molto bene”. Giusto per fare un esempio velocissimo: un individuo che porta con sé dai venti ai venticinque chili di sovrappeso ” sta benissimo”.

Il Siciliano medio ti inviterà a non compiere gesti inconsulti e quindi preferire due arancini e quattro mini (secondo gli standard dell’isola) panini alla porzione di frutta che ti eri prefisso in spiaggia. Ti narrerà delle sue gesta culinarie per incoraggiarti quindi a non demordere e proseguire impavido nell’ingurgitamento di calorie gustose e ricche di qualsiasi tipo di valore nutrizionale. Ma quali sono gli esatti parametri per una buona convivenza? 

Oggi cercheremo di riassumere sintetizzando in vista di vere e proprie tabelle in formato stampabile che potrete comodamente portare con voi . Mi sto organizzando.

In Sicilia, soprattutto nella parte orientale, esiste il concetto e la conseguente filosofia della ” Tavola Calda”. Per Tavola Calda si intende tutto un tripudio di salatini e stuzzichini, tanto per capirci e generalizzare. In realtà il discorso è talmente ampio che un’enciclopedia di trentasette (mila)  volumi non basterebbe. Basti sapere al momento che il Siciliano va in visibilio quando si trova a dover elargire consigli sui pezzi culinari che compongono la tavola calda. Si destreggerà benissimo nella discussione ricca di dettagli sulle varie tipologie che compongono questa filosofia culinaria. Non fatevi trovare impreparati e farete qualche bagno in più senza essere ostaggio di gentili elargitori consiglieri.

I pezzi di tavola calda sono sostanzialmente:

Pizzetta, Arancino, Cartocciata, Bolognese, Bomba, Sfoglia, Cipollina e Siciliana (non contiamo neanche la mozzarella in carrozza et similia ma solo le tradizionali per eccellenza).

Niente di così trascendentale si direbbe a primo acchito ma ognuna di queste tipologie contiene come in un diagramma di flusso complicatissimo delle diramazioni che tutto sono fuorché semplici.

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I Pezzi della Colazione a Catania

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Con la prima puntata di “Te lo dico io come sopravvivere in Sicilia” pensavate di esservela cavata, nevvero? Vi vedo già fissare il monitor inebetiti dalle mie idiozie circa cartocciata, patè, siciliana e cipollina sibilando “ma questa è matta? che sta dicendo?”.

I pezzi di tavola calda non sono frutto della mia esagerata e psicolabile fantasia ma una secolare realtà culinaria (mi piace esagerare, embè?). Ordunque semmai ti fossi perso cotanto delirio non hai che da cliccare qui per restare al passo con questo Corso che vuole essere un vero e proprio monumento letterario (non ho bevuto eh. Solo succo d’ananas ma mi piace dire sciocchezze, embè? E mi piace pure dire embè a quanto pare) capace di raccogliere in formato bignami i punti salienti ed essenziali per tutti quelli che coraggiosamente hanno deciso di fronteggiare “La Sicilia in Tavola”.

Come per i pezzi di tavola calda la quantità esagerata e la moltitudine dei pezzi della colazione in Sicilia (anche oggi trattiamo solo la provincia di Catania e dintorni ma non mancheranno le altre, ci mancherebbe santocielo!)  non dovranno in alcun modo stupire. Le varie diramazioni e declinazioni di gusti verranno ampiamente sottolineate e specificate ma basti sapere che fondamentalmente i pezzi della colazione in Sicilia, reperibili dal più piccolo baretto di provincia sino ad arrivare a quello rinomatissimo nel cuore e centro della città, possono essere semplicemente riassunti così:

Cornetto, Raviola, Iris, Panzerotto, Brioche con il tuppo, Treccia, Graffa.

Siamo alle basi eh. Come per un’aspirante fashion victim sarebbe dire: “ti occorrono scarpe con tacco 12, stivalotto volgare per le giornate tristi, borsa degna di tale nome, occhiali spiritosi e cappello”. Ma non confondiamoci le idee o perlomeno proviamoci.

Il Cornetto sì è proprio quello universale che in tutto lo Stivale, isole comprese, generalmente spopola durante le ore del mattino. Il Cornetto siculo non è chiaramente quello dell’Autogrill, nulla togliendo alla suddetta società che amo in maniera viscerale perché vende le caramelle nel deserto dell’asfalto e le bibite energetiche nauseabonde al mirtillo che mi piacciono anche se poi sto malissimo. Innanzitutto sono le dimensioni a variare (e quindi a ben pensarci si potrebbe asserire che il Cornetto Siculo non è chiaramente quello del resto dell’Italia) perché il Cornetto Siculo è almeno il doppio del classico prodotto da forno. Esiste una legge in Sicilia. E’ segreta, massonica e pochi avranno il coraggio di rivelarvela ma io che sono devota alla coerenza e alla verità sono qui impavida e senza timore pronta a proferirla. Il cornetto siculo non è mai vuoto, regola numero uno. Il cornetto siculo non è mai con la marmellata, regola numero due. Bevi un bicchiere d’acqua e prosegui. Se stai iperventilando, tranquillo/a è tutto regolare. Inspira espira e procedi. LENTAMENTE. Ripeto LE-NTA-MEEE-NNNTTTE occhei?

Il cornetto, generalmente servito vuoto in modo da poterlo accompagnare con le confetture che si preferiscono, è un must nel resto delle regioni. Per il Siciliano il cornetto vuoto è un affronto. Provate ad offrirgliene uno. Certamente la volontà di non essere sgarbato farà sì che lo mangi ugualmente ma quell’angolo laconico sulla sinistra dell’iride vi farà percepire quanto disprezzo stia provando per siffatta scelta.

Il cornetto deve essere grondante di crema; che sia nutella o crema di pistacchio e cannella sino ad arrivare alla crema pasticcera vanigliata o cannellata e al cacao, ma non deve in alcun modo contenere roba leggera come può essere la marmellata o PEGGIODIPEGGIO vuoto. Molti bar adesso possiedono il cornetto vuoto ma quasi un decennio fa quando il Nippotorinese (il povero pazzo che ho fatto trasferire da Nord a Sud, sì) si aggirava le prime volte in territorio straniero abbiamo proprio fatto un sondaggio e, basandoci su casistiche che posso tranquillamente documentare, solo un bar su venti aveva il cornetto vuoto. Cinque su venti quello alla marmellata. L’immancabile è nutella-crema pistacchio-crema. Il Siculo tiene quattro cornetti vuoti  e un po’ con la marmellata giusto per fare contento “il rappresentante di Milano venuto per una giornata lavorativa in Sicilia”, o “quel turista fissato con questa crema di frutto puahhhhcheschifo”. Un vero siculo non cede alle lusinghe del “no grassi solo frutta” ma ci infila dentro un cannolo imbottito e un altro cornetto se necessario, ergo: non stupitevi se il cameriere vi guarderà con sospetto o declinerà un timido “del nord sei vero?” perché è chiaro che per lui sei forestiero e peggio ancora non ti avventuri nella cultura sicula. Cosa c’è di peggio che andare a Tokyo e mangiare Pizza o andare in America e chiedere un bel piatto di pasta? Se sei andato in Sicilia e prendi un cornetto vuoto potevi pure startene a casa. Con la crema di pistacchio santo cielo! RAGIONA! Con otto tonnellate di crema ma SANTOCIELO POSA QUEL CORNETTO VUOTO! POSALO SUBITO!

Per questo motivo l’affare cornetto è di fondamentale importanza per una corretta sopravvivenza. Mai si potrà rendere più felice un cameriere siciliano dicendo “mi consiglia il cornetto al pistacchio?” (ci uscirà pure il pezzo più grande e un abbraccio. Al siciliano piace sempre che si renda omaggio alla sua terra. Poco importa l’intossicazione alimentare santocielo).

Andate ordunque impavidi e cornettate al pistacchio. Al vuoto e al light e a quelle maledette cremine senza grassi baderete poi con calma non appena tornati in patria. E finiamola con il salutismo! Sfondatevi! (generalmente dico l’opposto ma sono nella fase “Sicula mode on” e devo essere credibile. Nessuno osi contraddirmi).

Sulla Brioche (nel messinese si chiama con il tuppo) c’è da fare un capitolo a parte e così sarà. Perché la brioche qui in Sicilia, soprattutto nel catanese definita “brioscia”, oltre ad essere portabandiera della nazione-pianeta Sicilia (così giusto per non esagerare), ha un’essenza complicata. Nel terzo capitolo di questo Tour si approfondirà il discorso Granita (sua fida compagna) ed è per questo che oggi la classificheremo velocemente come accompagnamento alla granita o al gelato. Ritorneremo sull’etimologia del tuppo e della brioscia, certamente.

La Treccia somiglierebbe un po’ a una sfoglia cornettosa ibrida ed anche a quei panini di sfoglia con uvetta che si trovano in quel di Marsiglia, giusto per capirci o in tutto il territorio Franssssccese (scritto così). In realtà è un pezzotto da colazione ambitissimo e gustoso che generalmente accompagna il cappuccino. Se quindi è vostra intenzione gustare un cappuccino, prendendo atto che il Siciliano lo detesta e che qui si fa il caffè e mica “ste cose schiumate”, potreste lanciarvi nell’assaggio di codesta meraviglia che risulta non troppo pesante (sottotitolo: rispetto al resto, mi pare ovvio. Occorre sempre basarsi sui parametri degli indigeni del luogo di cui faccio parte con sommo onore).

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Catania

C’è qualcosa che ti inculcano con insistenza sin da quando sei piccolo. Forse per convincerti che gli stupri subiti dalla tua terra possano essere cancellati con il mare e il sole. Si trascorrono ore a inserirti, come monete in un salvadanaio vuoto,  delle parole piene di affetto, calore e ospitalità. Un calore bruciante come la lava che deve far parte di te. E’ come se tutti quei sorrisi che mostri esasperati debbano in qualche modo sopperire al dolore delle gabbie e delle leggi nascoste e silenziose che cominciano a far parte di te quando ancora non riesci a pronunciare “acqua”. C’è una forma di auto difesa che deve contrastare quella precisione che non può appartenerti perché è così che è. E la rassegnazione, alla quale chiaramente non vuoi abbandonarti, cerchi di trasformarla. Plasmarla. Inventarla. Con tutta la fantasia dei popoli diversi che hai nel sangue.

C’è qualcosa che da quando sono in vita mi fa fortemente detestare un concetto. Un luogo comune. Un modo. E c’è qualcosa che da poco tempo mi fa sentire inesorabilmente parte di esso. Ieri, senza chi come me abita questa terra, in un silenzio irreale e spaventosamente urlante mi sono ritrovata a guardare Catania con gli occhi in sù. Con le sue finestre che rievocano i colori di Suspiria. Con il suo barocco nero attorcigliato tra piante di balconi con calzini spaiati stesi che puoi allungare le mani e sistemare mollette. Disordinate, colorate, di legno e metallo. Il Teatro Massimo su scalinate dove non mi sono mai seduta bevendo una birra e tra le piante di una Villa Bellini che non ricordavo così verde, bella ed umile. Tra statue senza teste ed odore di fico. Quando con le narici tiri su e il mare e chi lo abita ti entra dentro formando un acquario dentro le viscere. Pieno di pesci colorati che sono belle intenzioni e tentacoli di polpo rosso che sono sogni. E arrivano ovunque allungandosi.

C’è qualcosa che ieri mi ha fatto sentire orgogliosa di essere catanese. Siciliana. Sicula. E’ come sentire una nota in un giro velocissimo di pentagramma e individuarla nella bolgia di urla. Non so esattamente cosa ma quando ho alzato gli occhi e nel silenzio le arance sugli alberi di Corso Italia si sono mosse velocemente come tamburelli in mezzo al verde. Io. I limoni sul lungomare con la pietra lavica buttata tra acqua e fuoco mentre mangio una granita al pistacchio   chiedendomi se laggiù in quella barca un pescatore sta catturando un sogno.

In quel qualcosa ho ritrovato una parte di me che non credevo mi appartenesse. Tra arancia e cannella. Era lì lasciata a terra nella mia città deserta. Aspettava di essere raccolta. Ed è stata lì per più di trenta anni. Immobile ad aspettarmi. Senza urlare o cercando di attrarmi. Ha avuto la pazienza necessaria per essere da me trovata. capita. apprezzata.raccolta.

Non perché inculcata. raccontata. esasperata. imposta.

Ne mancano ancora tanti di pezzi ma adesso che so mi stanno aspettando. Sarà mia premura cercarli e prendermene cura. Perché è mia. Anche un po’ mia, adesso.

Catania.

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